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Perciò veniamo bene nelle fotografie, Francesco Targhetta, recensione

Ciao. Ti ricordi quando eri piccolo? Ti ricordi quando ti chiedevano: “Cosa vuoi fare da grande?” PERCIO-VENIAMO-BENE

Rispondevi: la maestra! L’astronauta! L’esploratore! Lo scienziato! E tutti sorridevano e ti accarezzavano la testa. Eri piccolo e l’orizzonte delle possibilità si dispiegava davanti ai tuoi occhi ingenui ed innocenti. Poi sei cresciuto. Sei andato a scuola, hai fatto il liceo perché anche se tuo padre vendeva i mobili di Mondo Convenienza e tua madre faceva le pulizie a casa dei signori, tu dovevi avere un futuro migliore. Sei andato all’ università e ti senti forte del tuo sapere, dei tuoi libri, delle tue declinazioni sciorinate senza problemi.

Ti sei laureato. Lacrime, “siamo fieri di te”, applausi al tuo futuro meraviglioso, al lavoro prestigioso, alla famiglia che ti costruirai, alla tua nuova casa, ai figli.
Ok, adesso svegliati. Dove sei? Quanti anni hai? Che lavoro fai? Dove vivi?
Ti svegli tutte le mattine con una vagonata di cemento sul cuore. Caffè, sigaretta e consegna giornali. Alla sera un panino e consegna pizze. Ritorni a casa infreddolito, il tuo coinquilino ha lasciato di nuovo le sue terribili scarpe da ginnastica in camera.
Hai trent’anni ed hai fatto la cazzata più grande di tutte: credere di valere qualcosa più degli altri.
Invii mille curricula al giorno, tu che con i tuoi studi sai come si usa il plurale. Nessuno risponde, nessuno chiama. Stringi i denti, pensi che andrà meglio, che funzionerà, c’era un piano, tutti lo sapevano che avresti fatto strada, che saresti diventato un giornalista, che questo odore di capricciosa che ti porti nei capelli è solo momentaneo. Non riesci a dormire. Allora pensi: leggo qualcosa, devo pur tenere il cervello allenato in attesa della mia grande occasione. E ti imbatti in “Perciò veniamo bene nelle fotografie” di Francesco Targhetta. Un romanzo che è una poesia, davvero, perché usa una lingua bellissima che tanti disprezzano e trovano inutile: i versi. Leggi e sai che in quello scatto ci sei tu, Ernesto che ti dorme accanto, Isabella, la biondina che ti piace tanto, i capelli bianchi di tua madre, l’umidità che macchia il muro della tua cucina. Chiudi gli occhi e pensi: sarà per sempre così? Ti accendi un’altra sigaretta. Soffi via il fumo, spegni la luce e vai a dormire. Dopotutto, domani è un altro giorno.

“Ricominci, perciò, con gli autoinganni,
senza fare niente, zero,
dalla mattina alla tarda serata,
nell’ovatta della stanza marrone,
l’ebete giostra che il tempo smonta
quando si inceppa su vuote distanze:
lo faresti, sì, il ricorso,
confessi a tua madre,
una sera,
ma contro la vita intera.”

Perciò veniamo bene nelle fotografie, Francesco Targhetta, Isbn edizioni

Puoi leggere questa recensione anche su Lahar Magazine.

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