Books

I bambini non capiscono niente.

“Spingendo le mie repulsioni fino al vomito, e i miei desideri fino all’ossessione, un abisso separava le cose che mi piacevano da quelle che non mi piacevano. Non potevo accettare con indifferenza la caduta che mi precipitava dalla pienezza al vuoto, dalla beatitudine all’orrore; se la ritenevo fatale mi rassegnavo: non me la sono mai presa con gli oggetti. Ma non volevo saperne di cedere a quella forza impalpabile che sono le parole; il fatto che una frase buttata là negligentemente: “bisogna… non si deve”, rovinasse in un attimo le mie imprese, le mie gioie, mi rivoltava. L’arbitrio degli ordini e delle proibizioni in cui mi scontravo ne denunciava l’inconsistenza; ieri ho pelato una pesca: perché oggi non posso pelare la prugna? perché interrompere i miei giochi proprio in questo momento? dovunque incontravo costrizioni, in nessun luogo la necessità. Nel cuore della legge che mi opprimeva con l’implacabile rigore delle pietre, intravvedevo una vertiginosa assenza, e mi precipitavo in quest’abisso, la bocca lacerata dalle grida. Gettandomi a terra, scalciando, opponevo il peso della mia carne all’aerea potenza che mi tiranneggiava, la obbligavo a materializzarsi: mi afferravano, mi rinchiudevano nello sgabuzzino buio, tra le scope e i piumini; e allora potevo martellare coi piedi e con le mani contro veri muri, invece di dibattermi contro volontà inafferrabili. Sapevo che questa lotta era vana; dal momento in cui la mamma mi aveva tolta dalle mani la prugna vermiglia, o in cui Louise aveva riposto nel suo paniere la mia paletta e le mie formine, ero vinta, ma non mi arrendevo. Completavo l’opera della disfatta. I miei singulti, le lacrime mi accecavano, frantumavano il tempo, cancellavano lo spazio, abolivano insieme l’oggetto del mio desiderio e gli ostacoli che mi separavano da esso. Affondavo nella notte dell’impotenza; non restava più che la mia presenza nuda, che esplodeva in lunghe grida.

simone-de-beauvoir_403010

Gli adulti, non soltanto schernivano la mia volontà, ma mi sentivo in balia del loro capriccio. A volte mi trattavano benignamente, come loro pari; ma avevano anche il potere di operare incantesimi; mi cambiavano in bestia, in oggetto. – Che bei polpacci ha questa bambina! – disse una signora chinandosi per palparmi. Se avessi potuto dire: “Quanto è stupida, questa signora; mi prende per un cagnolino”, sarei stata salva. Ma a tre anni non avevo difesa contro quella voce benigna, quel sorriso goloso, altro che gettandomi a terra ringhiando. Più tardi imparai qualche parata; ma diventai più esigente; per feririmi bastava che mi trattassero da bebé; confinata nelle mie conoscenze e nelle mie possibilità mi ritenevo ciò non di meno una vera persona. In piazza Saint-Sulpice, tenuta per mano dalla zia Marguerite, che non sapeva gran che come parlarmi, mi domandai d’un tratto: “Come mi vede, lei?” e provai un acuto sentimento di superiorità, poiché io mi conoscevo nell’intimo, e lei m’ignorava; ingannata dalle apparenze, era ben lontana dall’immaginare, vedendo il mio corpo incompiuto, che dentro di me non mancava proprio niente; mi ripromisi che quando sarei stata grande non avrei dimenticato che a cinque anni si è una persona completa.”

Simone de Beauvoir, Memorie d’una ragazza perbene, Einaudi

Annunci

Dai, dicci un fatto pure tu! :)

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...