Fatti che non volevate sapere ma ve li dico lo stesso

Un sacco di domande

Stamattina mi sono svegliata ed ho fatto la cosa che faccio tutte le mattine appena mi sveglio: ho letto un post di Andrea Pomella. Se non sapete chi sia, beh, peggio per voi.

Ho aperto questo blog per raccontarvi di me, delle mie cose, del mio quartiere, di libri, di cose che mi piacciono. Non so che idea vi siate fatti e non so se mi interessa saperlo.

Andrea rifletteva su una pubblicità, quella di una city car: c’è questa ragazza che si chiede se la si nota di più con un libro di mille pagine o con una rivista di moda. Decide perciò di acquistare un’auto, non so se in edicola o in libreria.

Mi sono affiorate alla mente un sacco di domande, probabilmente le domande che ci facciamo tutti, niente di speciale.

Da sempre mi sento divisa fra l’essere e l’apparire. Io voglio che mi si noti: non voglio sparire. Non voglio camminare per strada rasentando i muri: voglio che le persone mi riconoscano, sappiano chi sono, dove sono e che cosa sto facendo.

Ho lottato tutta la vita per costruire me stessa: prima in un paese piccolo, scontrandomi con le malelingue, la mediocrità, beccandomi insulti se stavo al parco a leggere o sentendomi dare della satanista perché mi piace vestire di nero e colorarmi i capelli. Avevo un’identità, per quanto negativa.

Poi sono arrivata qui ed è cambiato tutto. Chi sono? Qualcuno. Una che vive a Casal Bruciato, che sale e scende dal 448, che indossa sempre il rossetto, che odia andare in giro struccata e con gli abiti non abbinati alle scarpe.

(Quasi) due anni a sperare di essere riconosciuta, a sentire il cuore sobbalzare per un ‘ciao’, un cenno, un’attenzione.

‘Ciao’ significa tutto: significa so chi sei, cosa ci fai qui, significa ‘essere’ di qui.

E’ stato il lavoro a darmi un’identità: prima ero quella che incontravi in ascensore tardissimo perché gli orari del teatro sono quelli che sono.

Ora sono la ragazza di Riccio.

Nessuno ha elementi precisi per definirmi. Posso essere quella fissata con le sopracciglia delle amiche, intenta a studiare la forma delle loro frangette.

Posso essere quella che legge un sacco di libri e poi, ogni tanto, ne scrive.

Posso essere una che racconta di Casal Bruciato, che ama (ricambiata) un ragazzo con gli occhiali, che ha come amico del cuore un fruttarolo egiziano.

Perché sono costretta ad essere scissa? Perché non posso essere apparenza e contenuto? Chi decide che se il mio eyeliner è perfetto allora sono una decerebrata che passa il tempo davanti allo specchio? Cosa devo essere costretta a fare per non restare incastrata in un ruolo? Se dico che voglio attorno a me la bellezza (di oggetti, di persone, di sentimenti) perché vengo guardata di traverso? Perché non posso essere l’uno e l’altra? Io sto sempre con i grandi perché cerco le risposte. Gli onesti mi dicono: chi risponde è in malafede, non esiste una soluzione uguale per tutti. E’ vero. Ma allora cosa devo fare per uscire da questo limbo, da questa eterna adolescenza? Cosa devo fare affinché il mondo mi consideri un’adulta? Il matrimonio? Un figlio? Un mutuo? Cosa devo fare affinché il mondo mi chieda di accomodarmi e fare un giro?

Non so se è più facile mettersi il rossetto: so solo che ci vuole una mano ferma. Come quella che si usa per firmare il rogito di una nuova casa.

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ph. Il Post
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4 thoughts on “Un sacco di domande

Dai, dicci un fatto pure tu! :)

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