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La misura del danno di Andrea Pomella, recensione

In queste lunghe giornate di disoccupazione romana, mi ritrovo con poche cose da fare.la-misura-del-danno-copertina
Dopo aver mandato quindici lavatrici a mezzo carico per avere qualcosa da stendere, stirato lo stirabile, aver rifatto il letto quattro volte e aver spolverato tutti i mobili esistenti in questa casa, mi restano solo due opzioni: fumarmi tutte le sigarette disponibili o leggere.
Ho scelto la seconda intervallata con la prima. Vabbé, ma cosa hai letto, direte voi, un manuale di economia domestica? No, ho letto La misura del danno di Andrea Pomella.

Il protagonista, Alessandro Mantovani, è uno di quei ragazzi che tutti abbiamo avuto in classe. Bello come un dio (e ancora più bello quando lo ritrovi su Facebook dopo anni), fa l’attore, è pieno di soldi e di denti, ha una moglie che pare una modella ma non per questo è stupida e ha pure una figlia. E tu pensi: ah, se solo avessi saputo, se solo avessi potuto. Ma eri la cicciona che passava le girelle Motta e le versioni di latino all’ultimo banco e no, non eri fatta per lui.
Che vita fa Alessandro Mantovani? Una bella, bellissima vita. Una vita di quelle talmente perfette da farti venire il vomito.

Però, lo sappiamo, niente è come sembra e se ci passi un po’ di carta abrasiva, i difettucci vengono fuori. Ad Alessandro Mantovani piacciono le ragazzine.
Non tutte le ragazzine eh, mica come quello lì. Gliene piace una in particolare, che si chiama Beatrice, bella e virginale come colei che accompagna il Sommo alle soglie del Paradiso. Però Beatrice è minorenne ed è pure la migliore amica di sua figlia. Ah, direte voi, ah! E no, perché, come qualunque donna dotata di un minimo di motilità ormonale, è pazza di lui. Ha i suoi poster in camera, conosce a memoria i suoi film ed ha la fortuna sfacciata di girargli per casa, ammiccante e disponibile. Come distruggere questo mondo di perfetta (finta) perfezione? Con uno scandalo. Un uomo di quarant’anni che si fa una ragazzina minorenne. Si stabilisce un piano di fuga, un romantico weekend col mare d’inverno. Va tutto bene. Almeno così sembra. Poi ha telefonato mia madre. «E sai che zia Giulietta colì, e zio Pasquale si è ubriacato di nuovo e tua cugina si sposa e tu no, eh? E che cosa hai preparato per pranzo? Ma lo fai mangiare quel povero ragazzo?» e via discorrendo per una mezz’ora che nessuno mi restituirà più. E poi, finalmente, proseguo nella lettura e il romanzo è scritto da dio e penso: Oh, ma è proprio vero che non bisogna badare alle apparenze, Pomella è proprio un bel ragazzo ma sa scrivere davvero, oh non ci si crede.

E poi arrivi a pagina 133 e bum! un colpo al cuore e tutti i film che ti eri fatta all’inizio vanno in frantumi perché la storia finisce in un modo che non ti aspetti e che forse nemmeno hai capito bene, uno di quei finali che ci pensi e ci ripensi e poi concludi come la solita romantica incallita preda di un complesso di Elettra mai superato: questo è l’amore. Questo è l’amore. Vogliate bene al romanzo di Andrea Pomella, perché la storia è reale, perché al mondo non ci sono solo le Hogan ed i cocktail party e che forse, è meglio una vita sgarrupata a Casal Bruciato che restare sospesi in una bolla di cristallo a Vigna Clara. E poi, un uomo che sa riconoscere il taglio skinny dei jeans ha vinto.

Nel sesso c’è sempre questo momento in cui uno dei partner compie una prevaricazione, allunga una mano, bacia, tocca, costringe l’altro a entrare in uno scenario che non gli appartiene. La natura umana ha previsto questa piccola o grande violenza, come una parte, come un passaggio verso l’accoppiamento e la salvezza della specie.

La misura del danno, Andrea Pomella, Fernandel editore

Puoi leggere questa recensione anche su inutile.

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